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Tarita Teriipaia sembrava destinata a trascorrere la propria vita in Polinesia, a lavorare nei campi e a vivere con un uomo del luogo, come sua madre e altre donne prima di lei avevano fatto. La sua vita viene letteralmente sconvolta dall'arrivo della MGM nel 1962, in occasione delle riprese del film "Gli ammutinati del Bounty". Protagonista del film è il celeberrimo Marlon Brando, uomo che Tarita non conosce e che, all'inizio, non la impressiona più di tanto. La ragazza, allora ventunenne e straordinariamente bella ed esotica, viene inserita nel cast. E' l'inizio di una delle storie d'amore più lunghe e tormentate della storia di Hollywood, quella tra due persone provenienti da mondi completamente opposti, che non si sarebbero mai incontrati senza lo zampino del destino.
Prima che se ne possa rendere conto, Tarita si ritrova a Los Angeles, strappata alle sue radici, e turbata e lusingata al tempo stesso dalle attenzioni del divo, che all'epoca aveva 38 anni e non era certo ingenuo come la ragazza riguardo alle vicende sentimentali. Comincia così un legame che durerà per sempre, segnando la vita di entrambi, ma soprattutto quella di Tarita.
Se si vuole conoscere meglio la vita professionale di Marlon Brando, è meglio stare alla larga da questo libro, che invece è un'occasione per conoscere il lato umano dell'attore. Tarita, al contrario di quello che si direbbe, non è una "profanatrice di tombe": comincia a scrivere questo libro quando Marlon Brando è ancora in vita, e con il suo benestare. Quello che ne emerge non è affatto un ritratto nitido, anzi. L'attore si conferma dotato di una personalità estremamente complessa ed impossibile da afferrare del tutto. Sensibile, tenero, generoso, ma anche violento, vendicativo, crudele, carico d'odio e risentimento, e roso da demoni che Tarita (ma anche altre donne) tentarono inutilmente di comprendere. Un uomo straordinariamente spirituale, che forse vide nella ragazza la purezza e la pace che a lui mancavano, e che rincorse fino alla fine dei suoi giorni con alterni successi.
Il libro è estremamente commovente, specie l'ultima parte, quando Tarita rievoca gli eventi più bui della sua vita, cioè la drammatica convivenza con la malattia della figlia Cheyenne, che avrà un drammatico finale. Attraverso queste pagine, la donna sembra cercare di spiegare (o di spiegarsi) perché sia rimasta per tutto il tempo accanto ad un uomo che a conti fatti non ha fatto che danneggiarla. Domanda che non ha, almeno in apparenza, una logica spiegazione, se non, forse, la motivazione dell'amore.
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